
Pantheon induista: gli dei dell'India nei gioielli
Nell'induismo si parla di trentatré milioni di divinità, e non è un errore di stampa ma un'immagine: il divino è diffuso in ogni essere vivente. Da questo mare di forme ciascuno sceglie la propria, l'ishta-devata, la divinità personale, e ne porta con sé il segno. L'elefante Ganesha su una catenina, il tridente di Shiva su un anello, una monetina con Lakshmi nel portafoglio funzionano come un legame vivo con la divinità scelta, non come un souvenir.
Come è strutturato il pantheon induista
L'induismo non dispone le divinità in un'unica gerarchia rigida, come l'Olimpo greco. È un sistema vivo e stratificato, dove un dio ha decine di nomi e forme e una sola idea ha decine di incarnazioni. Il modo più semplice per orientarsi è seguire alcuni pilastri: la Trimurti, i deva e le devi, gli avatar.
Trimurti: tre volti di un'unica forza
Al centro sta la Trimurti, le tre divinità supreme che governano il ciclo del mondo. Brahma crea l'universo, Vishnu lo conserva e lo sostiene, Shiva lo distrugge per fare spazio a una nuova creazione. Non è una guerra, ma il ritmo del respiro del mondo: nascita, vita, dissoluzione, di nuovo nascita. Brahma quasi non viene raffigurato nei gioielli e raramente lo si prega da solo, i templi a lui dedicati sono pochissimi. Vishnu e Shiva invece hanno dato origine a due grandi rami dell'induismo, ciascuno con milioni di fedeli.
Deva e devi: dei e dee
I deva sono gli dei, le devi le dee. Ogni divinità suprema ha una sposa, e lei non è un'ombra ma una forza autonoma, la shakti, cioè l'energia attiva del dio. Lakshmi, sposa di Vishnu, presiede alla ricchezza e alla fortuna. Parvati, sposa di Shiva, all'amore e alla cura materna, e nella forma terribile diventa Durga e Kali. Sarasvati, legata a Brahma, protegge la conoscenza e le arti. In molte correnti è proprio la Dea, Devi o Shakti, a essere considerata la forza suprema da cui nasce tutto il resto.
Avatar: il dio sceso sulla terra
L'avatar è la discesa del dio in un corpo terreno, quando il mondo è minacciato da una sciagura. Più spesso si parla di avatar a proposito di Vishnu: è venuto come pesce, tartaruga, cinghiale, uomo-leone, e in forma umana come Rama e Krishna. Per questo Rama e Krishna non sono divinità a sé, ma forme di Vishnu, e al tempo stesso vengono amati e venerati come eroi autonomi con storie, feste e templi propri.
Perché gli dei sono così tanti
La moltitudine di divinità nell'induismo non contraddice l'idea di un principio unico. Il Brahman è l'assoluto impersonale, il fondamento di tutto ciò che esiste, e le singole divinità sono i suoi volti rivolti verso l'uomo. Pregare Ganesha o Lakshmi non significa negare l'unità: significa rivolgersi a quella sfaccettatura del divino più vicina al proprio bisogno. Da qui il rapporto sereno con la scelta della divinità personale: ognuno cammina verso l'assoluto per il proprio sentiero.
Gli dei dell'India nei gioielli: storia
Il legame tra l'oro indiano e gli dei è più antico della maggior parte delle tradizioni orafe che conosciamo. In India il gioiello non è quasi mai stato soltanto un ornamento.
Oro dei templi e culto dell'immagine
Nei templi del sud dell'India per secoli si è accumulato oro: offerte dei fedeli, doni dei sovrani, rivestimenti per le statue degli dei. Si è formato un intero genere di gioielleria templare, pesante, con volti di divinità a rilievo, fiori di loto e pavoni. Si adornavano le danzatrici dei templi e le statue stesse degli dei durante le feste. L'immagine della divinità sull'oro non era decorazione, ma parte del rito: ornando il dio, il fedele esprimeva la propria devozione, la bhakti.
Kundan e meenakari: tecnica e immagine
Il nord dell'India ha dato due vertici dell'arte orafa. Il kundan è un'antica tecnica in cui le pietre vengono incastonate in una montatura di sottilissime lamine d'oro puro, senza griffe né denti. Il meenakari è uno smalto colorato con cui si dipinge il retro del gioiello, così che l'oggetto sia bello sia di fronte sia di rovescio. Su questi lavori comparivano spesso Krishna col flauto, Radha, pavoni e fiori di loto. Il gioiello da cerimonia diventava una miniatura indossabile con una scena della vita degli dei.
Il dio come amuleto personale
Oltre all'oro da cerimonia esisteva uno strato quotidiano. Una semplice monetina con Lakshmi, un pendente con Ganesha, un filo con un ciondolo Om, un anello col volto di Shiva. È una religiosità domestica e calda: si porta il dio perché stia vicino in viaggio, nel commercio, nello studio. La piccola immagine funzionava insieme come sigillo di devozione e come protezione, ed è proprio questo strato il più vicino al modo in cui oggi si porta la simbologia degli dei.
Diaspora e mondo
Gli indiani si sono diffusi in tutto il mondo, e con loro è uscita la simbologia degli dei. Ganesha è diventato, forse, la divinità indiana più riconoscibile fuori dall'India, la sua testa di elefante viene riconosciuta anche da chi non saprebbe nominare nessun altro dio. Il segno Om e l'immagine di Shiva danzante sono entrati nella cultura mondiale attraverso lo yoga e l'arte. Così gli dei personali dell'India sono diventati parte di un linguaggio comune di simboli, comprensibile ben oltre i suoi confini.
Ganesha: colui che rimuove gli ostacoli
Ganesha, il dio con la testa di elefante e il corpo umano, è la divinità più amata e più riconoscibile dell'India. Figlio di Shiva e Parvati, rimuove gli ostacoli e protegge gli inizi: un nuovo lavoro, un trasloco, lo studio, un matrimonio. Per questo lo si invoca per primo, prima di qualsiasi altro dio. I suoi attributi sono la zanna spezzata, il dolce modak, il topo come cavalcatura. Nel gioiello Ganesha parla di partenza fortunata e di rimozione degli ostacoli. Sulla sua storia, la zanna spezzata e il topo c'è un approfondimento dedicato a Ganesha nei gioielli.
Lakshmi: dea della ricchezza e della fortuna
Lakshmi, sposa di Vishnu, è la dea dell'abbondanza, della fortuna e della prosperità, materiale e spirituale insieme. La si raffigura seduta o in piedi su un fiore di loto, con monete d'oro che le scorrono dal palmo, circondata da elefanti. La si invoca nella festa di Diwali, quando si chiama la fortuna in casa per il nuovo anno. Nel gioiello Lakshmi parla di benessere, prosperità e di una dolce attrazione del bene. La sua monetina o il suo pendente spesso si tengono nel portafoglio e li portano coloro che vogliono conservare e accrescere ciò che hanno guadagnato.
Shiva: tridente, terzo occhio e danza
Shiva, il distruttore e trasformatore della Trimurti, è il dio dei paradossi: temibile asceta solitario e al tempo stesso sposo amorevole, signore della danza e protettore degli yogi. I suoi attributi sono il trishula, la lancia a tre punte, simbolo delle tre forze del mondo, il terzo occhio sulla fronte, capace di bruciare l'illusione, la mezzaluna tra i capelli, il serpente al collo e il tamburo damaru. L'immagine di Shiva danzante, il Nataraja, racchiuso in un cerchio di fuoco, esprime il ritmo eterno di nascita e dissoluzione. Nel gioiello Shiva parla di forza interiore, di superamento, di disciplina spirituale. Il tridente come pendente è essenziale e potente.
Vishnu: il custode del mondo
Vishnu, secondo dio della Trimurti, sostiene l'ordine del creato e scende sulla terra in avatar quando bisogna contrastare il male. Lo si raffigura con quattro braccia, in cui tiene la conchiglia shankha, il disco chakra, la mazza gada e il fiore di loto, con la pelle blu o scura, in vesti gialle. Spesso riposa sul serpente Shesha dalle mille teste in mezzo all'oceano di latte, e dal suo ombelico cresce un fiore di loto con Brahma seduto sopra, immagine della creazione ininterrotta. La sua sposa Lakshmi gli massaggia dolcemente i piedi, e questa coppia simboleggia l'unione della forza che conserva e del principio che porta prosperità. Nel gioiello Vishnu parla di equilibrio, di difesa dell'ordine, di fedeltà al dovere. La sua immagine diretta si porta meno di quelle dei suoi avatar Rama e Krishna, ma la conchiglia shankha e il disco compaiono come segni autonomi.
Krishna: il flauto e la piuma di pavone
Krishna, ottavo avatar di Vishnu, è una delle divinità più amate: pastore, monello, saggio consigliere e amante. Lo si riconosce dal flauto, dalla piuma di pavone tra i capelli e dalla pelle blu. Il flauto chiama le anime verso il divino, la piuma di pavone è segno di bellezza e di gioco, l'amore tra Krishna e la pastorella Radha è diventato l'immagine dell'amore devoto dell'anima verso il dio. Nel gioiello Krishna parla di gioia, amore, leggerezza del cuore. Il flauto e la piuma di pavone sono motivi frequenti nel kundan e nel meenakari, e il colore blu si rende con lo zaffiro o con lo smalto.
Sarasvati: vina, cigno e conoscenza
Sarasvati, dea della conoscenza, della musica, della parola e delle arti, protettrice degli studenti e dei creatori. La si raffigura in vesti bianche, con la vina, uno strumento a corde, con un libro e un rosario, in groppa a un cigno bianco o accanto a un pavone. Il colore bianco indica la conoscenza pura, libera dalle passioni, il cigno la capacità di separare l'essenziale dal vano, come l'uccello che, secondo la leggenda, separa il latte dall'acqua. Il rosario nella sua mano è la concentrazione, il libro la saggezza eterna, e la vina l'armonia e la bellezza della parola che risuona. La si invoca prima degli esami e di un lavoro creativo importante, e nella sua festa di Vasant Panchami i bambini tracciano per la prima volta le lettere sotto la sua protezione. Nel gioiello Sarasvati parla di mente lucida, di studio, di ispirazione.
Durga e Kali: le forme terribili della Dea
Durga e Kali sono le ipostasi terribili della grande Dea, e di loro conviene parlare con rispetto e precisione. Durga, guerriera dalle molte braccia in groppa a un leone o a una tigre, sconfigge il demone-bufalo Mahishasura: è protettrice del mondo, la forza del bene che si leva contro il male. Kali, dea oscura con la lingua sporgente e una ghirlanda, incarna il tempo inesorabile e la distruzione delle illusioni, ma per i suoi devoti è prima di tutto una madre amorevole, che libera dalla paura della morte. Le loro immagini sono profonde e non si riducono a "figure spaventose". Nel gioiello i segni di Durga, soprattutto il trishula e il leone, si leggono come protezione e tempra interiore. È una simbologia forte, che si sceglie con consapevolezza.
Hanuman: devozione e forza
Hanuman, il dio-scimmia, fedele compagno di Rama, è modello di devozione, coraggio e servizio disinteressato. Secondo le leggende, ha attraversato l'oceano con un solo balzo, ha sollevato un'intera montagna con un'erba medicinale non riuscendo a riconoscere la pianta giusta, ha attraversato il fuoco senza riportare ferite. Lo si invoca per protezione, forza d'animo e coraggio, specialmente il martedì e il sabato. Nel gioiello Hanuman parla di fedeltà, resistenza, superamento della paura. La sua immagine e la mazza gada sono popolari come amuleto maschile e segno di tenacia. Un tratto curioso: secondo le leggende, Hanuman non ricorda la propria forza finché qualcuno non gliela rammenta, e questo motivo della potenza dormiente lo rende vicino a chiunque stia imparando a credere in sé.
Om: il suono da cui tutto è nato
Om, o Aum, non è un dio ma il suono primordiale, dalla cui vibrazione, secondo le credenze, è nato l'universo. Con questa sillaba si aprono preghiere e mantra, e la sua scrittura in devanagari è diventata uno dei segni spirituali più riconoscibili al mondo. Nel gioiello Om parla del legame con tutto ciò che esiste, di pace interiore, di un cammino spirituale non legato a un'unica divinità. Su cosa significhi ogni curva del simbolo e su come portarlo con rispetto c'è un'ampia guida dedicata a Om nei gioielli.
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Gli avatar di Vishnu: le dieci discese
Uno strato a parte della simbologia indiana sono gli avatar di Vishnu, le sue incarnazioni terrene. La tradizione ne conta dieci, dashavatara, e ciascuna è venuta quando il mondo rischiava la rovina. Queste immagini compaiono sia nell'intaglio templare sia nei gioielli, soprattutto nel sud dell'India.
Le prime forme animali
I primi avatar sono animali. Matsya, il pesce, ha salvato un saggio e i semi della vita dal grande diluvio. Kurma, la tartaruga, ha sostenuto sul dorso una montagna durante il frullamento dell'oceano. Varaha, il cinghiale, ha sollevato dalle profondità la terra sommersa sulle sue zanne. Sono immagini antiche, che rimandano ai miti della creazione, e nei gioielli sono rare, ma compaiono come amuleti familiari in alcune comunità.
L'uomo-leone e il nano
Narasimha, l'uomo-leone, ha sbranato un demone che non poteva essere ucciso né da un uomo né da una bestia, né di giorno né di notte: il dio è apparso sulla soglia, al crepuscolo, in una forma che non era né l'uno né l'altro. Vamana, il nano, con tre passi ha misurato l'intero universo e ha piegato un re orgoglioso. Sono avatar che parlano dell'astuzia della legge e del trionfo dell'ordine sulla forza presuntuosa.
Rama: modello del dovere
Rama, settimo avatar, è l'eroe dell'epopea del rapimento della sua sposa Sita e della spedizione per riprenderla con un esercito di scimmie guidato da Hanuman. Rama incarna il dharma, la fedeltà al dovere, all'onore e alla parola data anche a costo della felicità personale. Il suo arco è un segno frequente, e il suo stesso nome è considerato un mantra. Nei gioielli l'immagine di Rama e Sita si porta come segno di amore fedele e di tenacia.
Krishna e il Kalki che verrà
Krishna, ottavo avatar, il più amato, di lui si è detto in dettaglio sopra. Come nono, secondo le diverse tradizioni, si nomina ora il Buddha, ora Balarama. E il decimo, Kalki, non è ancora venuto: secondo la profezia apparirà su un cavallo bianco alla fine dell'attuale età oscura, per chiudere il ciclo e iniziarne uno nuovo. Kalki è un motivo raro ma potente di speranza nel rinnovamento del mondo.
Gli dei dell'India nell'arte
Prima di diventare un pendente, il dio passava attraverso la scultura templare, la miniatura e la danza. L'immagine che portiamo oggi è stata coniata da secoli d'arte, e capire questa catena è utile.
La scultura templare ha fissato il canone
Gli dei in pietra e in bronzo dei templi del sud hanno fissato l'aspetto di ogni divinità: quante braccia, cosa tiene in ciascuna mano, su quale animale cavalca. Le molte braccia non sono una deformità, ma un linguaggio: le mani mostrano quante forze il dio governa contemporaneamente. Il Nataraja in bronzo, Shiva danzante nel cerchio di fuoco, è diventato forse l'immagine più perfetta della plastica indiana, ed è proprio da questo canone che gli orafi traggono pose e attributi.
Miniatura e smalto
La miniatura indiana, soprattutto le scene della vita di Krishna, ha dato al gioiello colore e racconto. La pelle blu di Krishna, i giardini verdi, i sari d'oro sono passati dalla carta allo smalto meenakari. Una piccola scena smaltata su un pendente è, in sostanza, una miniatura che si porta addosso. Così pittura e arte orafa hanno camminato a braccetto.
Danza e gesto
La danza classica indiana racconta le storie degli dei con gesti delle mani, i mudra. Ogni gesto è una parola: loto, conchiglia, benedizione. Gli stessi gesti si sono cristallizzati nella scultura e nei gioielli: il palmo del dio alzato nell'abhaya-mudra significa "non temere". Conoscendo il linguaggio del gesto, si legge l'immagine più a fondo che una semplice bella figura.
Cosa l'arte ha dato al gioiello
L'eredità principale della plastica templare e della miniatura è la riconoscibilità e un vocabolario di segni già pronto. Il tridente, il fiore di loto, il flauto, la piuma di pavone si sono ripetuti così spesso nella pietra, nel bronzo e nei colori da leggersi all'istante. L'orafo ha preso questo linguaggio levigato dai secoli e lo ha trasferito sul metallo e sullo smalto di piccolo formato.
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Come scegliere la propria divinità
Nell'induismo esiste il concetto di ishta-devata, la divinità eletta, quel volto del divino che la persona sceglie come proprio protettore personale. La scelta non avviene per la bellezza dell'immagine, ma per il bisogno, il carattere e l'ambito di vita.
Per compito e bisogno
Inizi un nuovo lavoro, un trasloco, lo studio, apri un'attività: è Ganesha, colui che rimuove gli ostacoli. Vuoi conservare e accrescere il tuo benessere: è Lakshmi. Affronti esami, scrivi, ti dedichi all'arte: è Sarasvati. Ti serve forza interiore e disciplina spirituale: è Shiva. Cerchi protezione e tenacia in un periodo difficile: è Durga o Hanuman. Nell'induismo il dio è spesso legato a un compito concreto, ed è normale.
Per carattere
A chi guida e custodisce l'ordine è vicino Vishnu. A chi apprezza la gioia, l'amore e la leggerezza è più vicino Krishna. All'asceta, alla persona di disciplina e superamento, Shiva. Alla natura premurosa e generosa, Lakshmi. A chi è di mente e di creatività, Sarasvati. L'immagine del dio diventa un promemoria silenzioso del tratto che si vuole mantenere in sé.
Per giorno della settimana
Nella tradizione induista i giorni della settimana sono legati agli dei e ai pianeti. Il lunedì è dedicato a Shiva, il martedì a Hanuman e Durga, il giovedì a Vishnu e ai maestri guru, il venerdì a Lakshmi e alle dee. Molti scelgono un giorno per pregare la propria divinità e talvolta vi legano il momento in cui indossare il suo segno. Non è una regola rigida, ma un ritmo comodo.
Si possono portare più divinità
Si può. L'induismo guarda con serenità alla venerazione di dei diversi, dato che sono tutti sfaccettature di un unico principio. Una soluzione diffusa è unire forze complementari: Lakshmi e Ganesha si invocano insieme per la fortuna e la rimozione degli ostacoli, e questa coppia viene spesso onorata a Diwali. L'importante è non trasformare l'insieme in un mucchio casuale, ma capire cosa dice ciascun segno.
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Psicologia della scelta della divinità
La scelta della divinità raramente è casuale. Più spesso la persona è attratta da ciò che vuole rafforzare in sé o ricordarsi ogni giorno.
Il segno come àncora quotidiana
Una piccola immagine al collo o al polso funziona come una silenziosa àncora dell'attenzione. Chi ha scelto Ganesha porta con sé il pensiero che ogni ostacolo è superabile. Il segno di Lakshmi ricorda di trattare il benessere con cura, il tridente di Shiva la disciplina interiore. Non è magia, ma meccanica dell'attenzione: un oggetto che vedi e tocchi molte volte al giorno tiene impercettibilmente a fuoco il valore scelto.
Un ideale, non uno specchio
Spesso si sceglie il dio non per come siamo, ma per come vogliamo diventare. La persona affannata è attratta dalla calma di Shiva asceta, quella chiusa dalla gioia di Krishna. Non c'è contraddizione: il simbolo indica una direzione, non descrive un fatto. Anche la tradizione indiana invoca non il dio che la persona è già diventata, ma quello la cui forza serve in un compito concreto.
La devozione come sostegno
Nell'induismo il legame con la divinità personale si chiama bhakti, devozione. È un sentimento caldo e personale, più vicino all'amore che alla paura. Portare l'immagine del proprio dio significa tenere con sé questo legame, un piccolo promemoria del fatto che non si è soli davanti alle difficoltà. Per molti è proprio questo, e non la fede nel miracolo, il senso di un gioiello simile.
Simboli e attributi dell'induismo
Si può portare il dio non come figura, ma come suo segno, ed è un'antica abitudine indiana. Il segno è più sobrio del ritratto e si legge come pura geometria.
Om
Om è il principale simbolo sonoro e scritto dell'induismo, segno del fondamento primo del mondo. Lo si porta come segno spirituale universale, non legato a un'unica divinità. Le curve del devanagari compongono una forma che oggi viene riconosciuta in tutto il mondo.
Fiore di loto
Il fiore di loto cresce dall'acqua torbida puro e immune dalla sporcizia, perciò è diventato simbolo di risveglio spirituale, purezza e creazione. Su un fiore di loto siedono Lakshmi, Sarasvati, Brahma. Il loto come motivo autonomo porta l'idea della crescita attraverso le difficoltà. Più in dettaglio nell'articolo su il fiore di loto nei gioielli.
Mandala e yantra
Il mandala è uno schema geometrico dell'universo, un cerchio con dentro disegni, usato per la concentrazione. Lo yantra è un simbolo diagrammatico affine, riferito a una divinità concreta. Nel gioiello il mandala si legge come segno di armonia, integrità e centratura, perciò è amato anche fuori dal contesto religioso.
La svastica come antico segno indiano
In India la svastica è venerata da migliaia di anni come segno di benessere, fortuna e movimento solare. La parola stessa, in sanscrito, significa "ciò che porta il bene". La si disegna sulle soglie delle case, sui libri contabili a Diwali, sugli inviti di nozze, e compare nei templi del buddhismo, dell'induismo e del giainismo in tutta l'Asia. Questa svastica pacifica e antica va distinta con nettezza dalla sua versione distorta, fatta propria da un regime criminale nell'Europa del XX secolo: là il segno è stato girato, inclinato e riempito di un significato d'odio che non ha nulla a che vedere con la tradizione indiana. Nel contesto indiano la svastica resta un buon segno, ma fuori dall'Asia portarla richiede comprensione e tatto, per rispetto verso la memoria delle vittime.
Trishula, shankha e altri
Il trishula, il tridente di Shiva, indica le tre forze del mondo e il dominio su di esse. La shankha, conchiglia marina di Vishnu, quando risuona emette un suono vicino all'Om e significa il richiamo sacro. La chakra, disco di Vishnu, è segno della rotazione del tempo e della legge. Il damaru, tamburo di Shiva, è il ritmo della creazione. Ciascuno di questi segni funziona da solo, senza la figura del dio stesso.
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Materiali: oro dei templi, argento, meenakari
La simbologia indiana ama i materiali in cui si è abituati a vederla da secoli, e ciascuno ha il proprio carattere.
Oro
In India l'oro è una sostanza quasi sacra, non un metallo qualunque, colore di Lakshmi e del sole, segno di purezza e benessere. L'oro giallo dà la nota più tradizionale e calda, soprattutto nello stile templare con i volti degli dei a rilievo. L'immagine della divinità nell'oro si legge come una piccola reliquia domestica, ed è proprio l'oro a essere storicamente legato all'offerta agli dei.
Argento
L'argento 925 è più pratico e sobrio, più vicino al registro lunare e ascetico di Shiva con la sua mezzaluna. L'argento regge bene la grafica netta del tridente, del segno Om o del mandala ed è adatto all'uso quotidiano. È una scelta ragionevole per chi vuole un simbolo spirituale senza la lucentezza da cerimonia.
Meenakari: smalto colorato
Il meenakari, smalto dipinto originario del Rajasthan, dà colore al gioiello: la pelle blu di Krishna, il verde della piuma di pavone, il rosso del sari della dea. Lo smalto copre sia il fronte sia il retro, così l'oggetto vive da entrambi i lati. È il modo più pittorico di portare una scena con un dio, una piccola miniatura nel metallo.
Kundan e pietre
Nella tecnica kundan le pietre si incastonano nell'oro puro, e ogni pietra si sceglie per significato. Lo zaffiro e lo smalto blu per Krishna, il rubino e le tonalità rosse per la Dea terribile, la perla e la pietra di luna per la dolce Lakshmi, le pietre bianche per Sarasvati. La pietra rafforza il carattere dell'immagine, senza entrare in conflitto con essa.
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Come scegliere una buona immagine della divinità
L'immagine del dio si rovina facilmente con un'esecuzione grossolana, perciò nella scelta non si guarda al tema, ma alla fedeltà al canone, alla nitidezza del volto e alla qualità del metallo.
Per fedeltà al canone
Il principale segno di una buona immagine sono gli attributi corretti. Ganesha deve avere la testa di elefante con una sola zanna spezzata, Shiva il tridente e la mezzaluna, Lakshmi il loto e le monete, Sarasvati la vina e il cigno. Attributi confusi o un insieme casuale di dettagli tradiscono l'artigiano che ha copiato un'immagine senza capirla. Una buona immagine si legge correttamente anche per un esperto.
Per nitidezza del volto
In un lavoro di qualità il volto del dio è curato: si vedono i lineamenti, la posa, il gesto delle mani, anche quando il pendente è grande come un'unghia. In una stampa a buon mercato il rilievo è sfocato, i dettagli si fondono, il dio si trasforma in una macchia senza volto. Gira l'oggetto sotto la luce: le sfaccettature devono dare un gioco netto di ombre, non una macchia torbida. Negli oggetti smaltati si guarda alla purezza del colore e all'uniformità della stesura.
Per metallo e montatura
L'oro e l'argento veri hanno il marchio del titolo, danno frescura sulla pelle, hanno peso. Un'imitazione a buon mercato è leggera, calda al tatto, e con il tempo si scrosta. Nell'oro templare si apprezza la profondità del rilievo, nel kundan la posa uniforme delle pietre nella lamina d'oro, nel meenakari la cura dello smalto senza scheggiature. Una montatura grossolana, tracce di colla, un bordo storto parlano di fretta.
Lavoro a mano contro macchina
Oggi le immagini si intagliano sia a mano sia a macchina. La macchina dà una forma uniforme e ripetibile, il lavoro a mano linee vive, un po' imperfette, con carattere. Né l'uno né l'altro è peggiore di per sé: la questione è la pulizia dell'esecuzione e se gli attributi sono corretti. Un costoso pezzo fatto a mano si apprezza per la mano dell'autore, uno preciso fatto a macchina per l'accessibilità unita a una buona nitidezza.
Come e con cosa portarlo con rispetto
La simbologia di una religione viva richiede gusto e tatto. Alcuni orientamenti aiutano a portare l'immagine del dio in modo bello e rispettoso.
Dove portare l'immagine del dio
Nella tradizione indiana la testa è la parte più pura del corpo, mentre i piedi sono la più impura. Perciò l'immagine sacra, il volto del dio, il segno Om, è opportuna sopra la cintura: al collo, sul petto, al polso, al dito. Collocare un simbolo sacro sotto la cintura, alla caviglia, su una cintura ai fianchi, molti fedeli lo considerano irrispettoso. Questa semplice regola evita la maggior parte delle situazioni imbarazzanti.
Al collo
Un pendente col volto del dio o con il suo segno su una catenina è la soluzione classica. Una sola immagine su una catena pulita è sempre più forte di più divinità diverse mescolate. Il volto di Ganesha o Lakshmi si porta più grande, su una lunghezza corta o media, perché il disegno sia visibile. A scegliere la lunghezza aiuta la guida alla lunghezza della catena.
Alla mano e alle orecchie
Un anello col volto di Shiva o col segno Om si porta come amuleto personale, sottile e discreto funziona su qualsiasi mano. Un bracciale con un ciondolo-divinità è più leggero come tono. Negli orecchini si scelgono motivi in coppia: una coppia di fiori di loto, una coppia di piume di pavone, un grappolo di oro templare. Un cammeo o una miniatura smaltata negli orecchini si fa più piccolo, perché il disegno non entri in conflitto col volto.
Rispetto per la fede viva
La cosa principale è ricordare che si tratta di simboli di una fede viva per un miliardo di persone, e non di un motivo etnico. Possono portarli anche persone esterne all'induismo, molti induisti apprezzano l'interesse sincero, se è rispettoso. È considerato buona educazione sapere chi si porta e cosa significa, non usare l'immagine sacra come un soprammobile puramente decorativo e toglierla in situazioni palesemente inopportune. L'intenzione e la consapevolezza contano più dei divieti.
Gli dei dell'India nella cultura mondiale
Gli dei indiani sono usciti da tempo dai confini dell'India e sono diventati parte di un linguaggio comune di simboli. È proprio per questo che i loro segni vengono colti anche da chi non ha mai aperto un testo sacro.
Attraverso lo yoga e la meditazione
Lo yoga ha diffuso in tutto il mondo sia le posizioni sia la simbologia: il segno Om negli studi, l'immagine di Shiva yogi come protettore della pratica, i mantra all'inizio e alla fine della lezione. Per molti la conoscenza del pantheon indiano comincia proprio dal tappetino, non dal libro. Così Om e fiore di loto sono diventati segni quasi universali di pace interiore.
Ganesha come buon segno di fortuna
Ganesha è arrivato nel mondo forse più lontano di tutti. La sua testa di elefante viene riconosciuta come buon segno di fortuna e di buon inizio ben oltre i confini dell'induismo. Piccole statuette di Ganesha si mettono sulla scrivania, lo si porta prima di un impegno importante, e in questo ruolo è vicino al modo in cui altri popoli portano i loro amuleti portafortuna.
Nell'arte e nel design
Le immagini degli dei indiani hanno ispirato per secoli intagliatori, pittori e orafi anche fuori dall'India. Le figure dalle molte braccia, Shiva danzante, il fiore di loto e il mandala sono entrati nel vocabolario visivo mondiale. Al tempo stesso il confine tra l'interesse rispettoso e la decorazione vuota è sottile, ed è proprio per questo che alle immagini sacre conviene avvicinarsi con conoscenza, e non come a un bel motivo senza senso.
Perché il simbolo funziona senza conoscere il mito
Anche senza ricordare tutte le leggende, una persona coglie il senso di base: l'elefante rimuove gli ostacoli, il fiore di loto è purezza e crescita, il tridente è forza, le monete sono prosperità. Gli attributi sono diventati un alfabeto comprensibile al di sopra delle culture. In questo sta la forza del pantheon indiano per il gioiello: il segno parla da sé, se lo si porta con consapevolezza.
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Pantheon induista a confronto con greco ed egizio
Tre grandi tradizioni hanno dato ai gioielli tre diversi linguaggi di simboli. Capire la differenza è utile quando si sceglie di chi portare il segno.
Induista: fede viva e dio personale
La differenza principale del pantheon indiano sta nel fatto che è una religione viva per un miliardo di persone, e non l'eredità di una cultura scomparsa. Qui gli dei non sono dodici né un elenco rigido, ma una moltitudine quasi infinita di volti di un unico principio. La simbologia parla di devozione e di legame personale con il dio scelto, di aiuto concreto in un compito e di cammino spirituale. Lo stile è figurativo e caldo, con volti, figure dalle molte braccia, fiori di loto e smalti vivaci.
Greco: carattere e ideale
Gli dei greci somigliano agli uomini, con passioni, debolezze e biografie, e il loro pantheon è da tempo diventato eredità culturale, non oggetto di fede. La simbologia parla di carattere e ideale, di come la persona vuole essere, e i segni sono eleganti e riconoscibili. Se l'immagine indiana parla di devozione e cammino, quella greca parla più di tratti del carattere. Un'analisi approfondita nell'articolo su gli dei dell'Olimpo.
Egizio: eternità e protezione
Il pantheon egizio è più severo e geometrico, parla dell'aldilà, dell'eternità e della protezione magica. La dea Iside e gli dei egizi offrono segni-amuleto come l'ankh, l'occhio di Horus, lo scarabeo, che funzionano come sigilli-amuleto. È anch'essa una tradizione morta per la pratica, ma potente nelle immagini. La simbologia indiana, al confronto, è più calda e più viva, più vicina alla preghiera domestica quotidiana.
Cosa le accomuna
Tutte e tre fanno la stessa cosa: trasformano la fede e il carattere in un piccolo segno indossabile. Ma alle immagini indiane conviene avvicinarsi con un tatto particolare, proprio perché dietro di esse c'è una fede viva. Accanto sta anche il Buddha nei gioielli: il buddhismo è cresciuto sul terreno indiano e condivide con l'induismo una parte dei simboli, tra cui il fiore di loto e l'Om, pur seguendo il proprio cammino.
Fatti che sorprendono
Il pantheon indiano è pieno di dettagli che non rientrano in un breve riassunto.
Ganesha si invoca per primo, prima di qualsiasi altro dio e prima di qualsiasi impresa. Per questo libri, documenti e perfino i quaderni di scuola indiani spesso cominciavano con il segno o il nome di Ganesha, perché l'impresa procedesse senza ostacoli.
La zanna spezzata di Ganesha, secondo una leggenda, se la spezzò lui stesso, per avere con cosa scrivere un grande poema quando si ruppe la penna. Il dio che rimuove gli ostacoli non si è fermato davanti al proprio ostacolo.
Shiva viene raffigurato con la gola blu, e questo ha una storia: durante il frullamento dell'oceano cosmico affiorò un veleno terribile, che minacciava di distruggere ogni vivente, e Shiva lo bevve per salvare il mondo, e il veleno restò come una macchia blu sulla gola.
Shiva danzante, il Nataraja, racchiuso in un cerchio di fuoco, è diventato una delle immagini indiane più note al mondo. Una grande statua di bronzo del Nataraja è stata collocata presso uno dei maggiori centri di fisica, come metafora della danza cosmica dell'energia.
Lakshmi e la civetta talvolta vengono raffigurate insieme, e in India la civetta in questo contesto non è un uccello sinistro, ma una vahana, la cavalcatura della dea della ricchezza, compagna dell'abbondanza.
Il nome Sarasvati apparteneva un tempo a un fiume sacro, citato negli inni più antichi e poi prosciugatosi col tempo. La dea della conoscenza ha conservato il nome del fiume scomparso, e il flusso d'acqua si è trasformato in flusso di saggezza.
Krishna da bambino amava tanto il burro chiarificato da rubarlo dai vasi appesi al soffitto, e la scena del piccolo ladro di burro è diventata un soggetto prediletto delle miniature e dei gioielli smaltati.
In India la svastica si disegna ancora oggi sui libri contabili nel giorno di Diwali, aprendo il nuovo anno finanziario sotto il segno del benessere. Per un miliardo di persone è un segno di fortuna, e non ciò in cui è stata trasformata nell'Europa del XX secolo.
Durga tiene tra le mani le armi di tutti gli dei: il tridente di Shiva, il disco di Vishnu, il fulmine di Indra gli dei li hanno dati a lei, perché sconfiggesse il demone con cui loro stessi non ce l'avevano fatta. La dea ha raccolto la forza dell'intero pantheon in un solo paio di mani.
Hanuman, secondo le leggende, non conosce la propria forza finché qualcuno non gliela rammenta. Questo motivo, la potenza che dorme nell'uomo e che va riconosciuta, lo ha reso un'immagine prediletta per chi sta imparando a credere in sé.
Domande frequenti
Quanti dei ci sono nell'induismo?
La tradizione parla di trentatré milioni, ma è un'immagine dell'infinità, non un conteggio esatto. In realtà ci sono alcune divinità supreme (la Trimurti Brahma, Vishnu, Shiva e le grandi dee), i loro avatar e le loro forme, e una moltitudine di divinità locali e domestiche. Tutte sono considerate volti di un unico principio, il Brahman.
Posso portare simboli induisti se non sono induista?
Sì, molti induisti apprezzano un interesse sincero e rispettoso. È considerato buona educazione sapere chi e cosa si porta, non usare l'immagine sacra come un soprammobile vuoto e rispettare semplici regole di tatto, per esempio portare il volto del dio sopra la cintura. L'intenzione e il rispetto qui contano più di un divieto formale.
Quale divinità porta fortuna e denaro?
Della ricchezza, della fortuna e della prosperità si occupa Lakshmi, sposa di Vishnu. La sua monetina o il suo pendente spesso si tengono nel portafoglio e li portano coloro che vogliono conservare e accrescere il proprio benessere. In coppia con lei si invoca Ganesha, perché rimuova gli ostacoli sulla via della fortuna, e questa coppia è particolarmente onorata nella festa di Diwali.
In cosa Krishna e Rama si distinguono da Vishnu?
Krishna e Rama sono avatar di Vishnu, le sue discese sulla terra in un corpo umano. Cioè non sono divinità a sé, ma forme di un unico dio, venute per ristabilire l'ordine. Al tempo stesso vengono amati e venerati come eroi autonomi con storie, feste e templi propri.
Perché Ganesha è così popolare fuori dall'India?
L'immagine del dio dalla testa di elefante è viva, buona e facilmente riconoscibile, e il suo ruolo di colui che rimuove gli ostacoli e protegge gli inizi è comprensibile senza conoscere tutta la mitologia. Per questo Ganesha è diventato la divinità indiana più nota al mondo, e lo si porta per un inizio fortunato di un nuovo impegno anche da parte di persone esterne all'induismo.
Cosa significa la svastica nell'induismo e si può portare?
Nell'induismo la svastica è un antico segno di benessere, fortuna e sole, ha migliaia di anni e non ha alcun legame con i crimini del XX secolo in Europa, dove il segno è stato distorto e fatto proprio da altri. Nel contesto indiano è un buon simbolo. Ma fuori dall'Asia portarlo richiede comprensione e tatto, per rispetto verso la memoria delle vittime, perciò vi ci si avvicina con particolare consapevolezza.
Qual è il materiale più tradizionale per l'immagine di un dio?
L'oro, soprattutto nello stile templare del sud dell'India con i volti a rilievo. In India l'oro è legato alla dea Lakshmi ed è considerato una sostanza pura, quasi sacra. Per le scene colorate con gli dei è tradizionale lo smalto meenakari, e per le pietre la tecnica kundan. L'argento è più vicino al registro ascetico di Shiva e comodo per l'uso quotidiano.
Si possono portare più dei insieme?
Si può. L'induismo guarda con serenità alla venerazione di dei diversi, dato che sono tutti sfaccettature di un unico principio. È comodo unire forze complementari, per esempio Lakshmi e Ganesha per la fortuna e la rimozione degli ostacoli. L'importante è non ammucchiare le immagini a caso, ma capire il senso di ciascun segno.
Conclusione
Il pantheon induista non è un elenco rigido di divinità, ma un vivo mare di immagini, da cui ciascuno sceglie il proprio volto del divino. Ganesha rimuove gli ostacoli, Lakshmi porta prosperità, Shiva dà forza di superamento, Sarasvati lucidità di mente, Krishna gioia del cuore. L'antica tradizione indiana ha mostrato da tempo come portare questa fede addosso, attraverso l'oro dei templi, il kundan, il meenakari e la semplice monetina con un dio nel portafoglio. Oggi lo stesso linguaggio funziona in pendenti, anelli e orecchini: si sceglie non un'immagine, ma una forza vicina e il proprio cammino. Basta un solo segno, un volto, un tridente o un Om, perché il simbolo risuoni, ed è importante portarlo con rispetto per la fede viva che gli sta dietro.
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