
Si può regalare un amuleto? Tradizioni italiane, a chi regalarlo e come consegnarlo
«Il corno si regala, non si compra», dicono a Napoli, e poi in tanti se lo comprano lo stesso. A Perugia un museo conserva circa 3500 amuleti raccolti da un solo studioso, e tra questi c'è una moneta bucata che la madrina di battesimo regalava al figlioccio. In Italia la protezione ha sempre viaggiato di mano in mano.
La domanda «si può regalare un amuleto?» di solito arriva quando il regalo è già incartato, insieme a un dubbio dell'ultimo minuto: porterà sfortuna, serve una monetina, il cornetto vale solo se regalato, un occhio di Allah offenderà un'amica credente. Qui le risposte sono in fila: cosa dice la tradizione italiana e cosa fanno altri popoli con lo stesso gesto, quale simbolo va bene per quale persona e per quale occasione, quando conviene cambiare idea, e come si consegna perché finisca al collo e non in un cassetto.
Regalare un amuleto porta sfortuna? La risposta in breve
Si può. Nessuna delle usanze raccontate qui punisce chi regala protezione, e parecchie preferiscono il dono all'acquisto. Il cornetto napoletano, la catenina del battesimo, la moneta della madrina, perfino l'intimo rosso della notte di San Silvestro sono oggetti che in Italia passano da una persona all'altra. Le riserve esistono, ma riguardano altro: il simbolo sbagliato per la fede di chi riceve, l'oggetto di devozione dato a chi non è devoto, il pezzo usato di cui nessuno racconta la storia, l'amuleto con la punta consegnato a chi crede alla superstizione delle lame.
La lista dei regali che portano male, e dove sta l'amuleto
La paura arriva per contagio. In Italia gira una lista lunga di regali che portano male: il coltello che taglia l'amicizia, il fazzoletto che promette lacrime, le perle, le scarpe, il portafoglio vuoto, l'orologio, lo specchio. Chi la conosce guarda con sospetto qualsiasi oggetto carico di significato, e un amuleto lo è più di tutti. In quel repertorio però l'amuleto sta dall'altra parte, tra i doni che si fanno senza pensieri, perché porta già dentro un augurio. L'elenco completo, con le scappatoie di ciascun divieto, è nell'articolo su cosa non regalare secondo le superstizioni.
Indossa il simbolo, non solo leggerne. Disponibili ora:
C'è un secondo timore, più sottile: che regalare un occhio o un cornetto equivalga a dire all'altro «sei in pericolo» oppure «qualcuno ti invidia». Questo rischio è reale e non ha niente di magico: è un malinteso, e un biglietto o due parole chiare aiutano l'altro a capire il vostro gesto. Per questo più avanti c'è un capitolo intero dedicato a cosa dire. Un amuleto dato con un «per il viaggio a Lisbona» arriva come un abbraccio. Lo stesso amuleto dato con un «ti serve, con la gente che hai intorno» arriva come una diagnosi.
Il portafortuna va regalato o si può comprare da sé?
La frase «gli amuleti devono essere regalati» si sente spesso ed è vera a metà. Dipende dal simbolo. L'occhio turco e la mano di Fatima si comprano per sé senza alcun problema: le guide al nazar e alla hamsa lo spiegano bene, e in entrambe quello regalato vale qualcosa in più, senza togliere nulla a quello comprato. Con il corno napoletano la preferenza sale di un grado: la tradizione del cornicello mette il dono tra le sue condizioni, anche se milioni di italiani il proprio se lo comprano da soli. Del filo rosso si dice che tiene di più se lo lega al polso un'altra persona.
Le tre strade, insomma, convivono: trovato, regalato, comprato. Del ferro di cavallo si racconta che il più fortunato è quello trovato per caso lungo la strada. Del cornetto, che il migliore è quello ricevuto. In nessuno di questi casi comprarsi l'amuleto «rovina» qualcosa. Quello che il regalo aggiunge è un nome: l'oggetto arriva con attaccata la persona che l'ha scelto, e quella persona resta lì ogni volta che lo si sfiora.
Amuleti regalati in Italia: dalla bulla romana al rosso di Capodanno
Prima di guardare a Pechino o ai Balcani conviene aprire il cassetto della nonna. Dentro possono saltare fuori una medaglietta con una data incisa sul retro, un cornetto di corallo con la punta scheggiata, una piccola croce su una catenina sottile come un filo, una moneta forata che nessuno sa più da dove venga. Spesso non li ha comprati chi li portava: li ha portati una madrina, un nonno tornato da un pellegrinaggio, un'amica che voleva dire qualcosa senza dirlo a voce. L'amuleto italiano è meno un oggetto di potere e più un oggetto di parentela, e la sua storia si racconta meglio partendo da chi l'ha dato che da quello che dovrebbe fare. I casi che seguono hanno ciascuno il proprio modo di passare da una mano all'altra: uno lo appendeva il padre, uno lo regalava la madrina, uno lo regalava prima del parto una persona vicina alla famiglia, uno si imparava a voce in giorni precisi dell'anno. Per capirli non serve credere a niente. Basta guardare chi dà, chi riceve e in che giorno succede.
Roma: la bulla che il padre appendeva al nono giorno
Il bambino romano riceveva un amuleto nel giorno in cui riceveva il nome. Quel giorno si chiamava dies lustricus e cadeva al nono giorno di vita per i maschi; le femmine ricevevano il nome all'ottavo. Dopo il rito di purificazione il padre appendeva al collo del figlio la bulla, una capsula tonda che custodiva all'interno oggetti protettivi. Le bulle arrivate fino a noi sono soprattutto di bronzo, quelle d'oro e d'argento appartenevano a pochi, e alcuni autori latini ricordano una striscia di cuoio come sostituto per chi non poteva permettersi il metallo.
Sull'origine gli antichi non erano d'accordo: alcuni autori la attribuivano agli Etruschi, altri la facevano risalire a Romolo. Il ragazzo la portava fino al giorno in cui indossava la toga da adulto: allora la toglieva e la affidava ai Lari, gli dèi della casa. Alle bambine toccava un altro amuleto, la lunula. La bulla era anche un segno sociale: la portavano i bambini nati liberi. Sui monumenti delle famiglie di schiavi liberati i figli compaiono con la bulla al collo proprio per mostrare quella condizione, mentre ai figli degli schiavi era negata. Per il bambino, insomma, non era un oggetto da scegliere: gli arrivava dal padre, in un giorno preciso, e diceva a tutti chi era.
Il Fascino e la mano fico: l'invidia secondo i Romani
Plinio il Vecchio, nella sua Storia naturale, presenta il dio Fascino come custode dei bambini piccoli e dei generali, e lo chiama «medico dell'invidia». Il suo culto era affidato alle Vestali, e la sua immagine veniva appesa sotto il carro del generale che celebrava il trionfo. Il passo sta nel libro XXVIII, dedicato ai rimedi. Plinio non dice chi appendesse l'immagine né parla di regali: mette semplicemente il dio accanto a chi era più esposto, i bambini piccoli e l'uomo nel giorno del trionfo.
Il mondo romano conosceva già anche il pugno chiuso con il pollice infilato tra indice e medio come amuleto da portare addosso, il gesto che in Italia chiamiamo mano fico e in Spagna higa. Ne resta, per esempio, un minuscolo amuleto egiziano di epoca romana in faïence verde chiaro. Il gesto ha poi attraversato secoli e regioni, ed è finito in oro, in corallo, in giaietto. La sua storia e il suo significato hanno una guida a parte, quella sulla mano fico. Qui interessa un dettaglio solo: già in epoca romana il gesto contro l'invidia era diventato un oggetto da portare addosso, e quindi un oggetto che si poteva dare a qualcun altro.
Il cornicello: «si regala, non si compra»
È la regola che a Napoli conoscono tutti, e anche fuori dalla Campania la si ripete spesso. Il corno rosso, ritorto e appuntito, va ricevuto in dono, perché insieme all'oggetto passano le buone intenzioni di chi lo dà. Allo stesso tempo milioni di persone se lo comprano da sole, e la tradizione stessa ammette che la norma è più un ideale che un divieto: comprato va bene, regalato va meglio.
Per questo il cornetto è un regalo protettivo classico ai matrimoni, all'apertura di un negozio, a chi parte. Tutto il resto, dalle forme alle regole su colore e materiale fino alle versioni regionali, è raccontato nella guida dedicata al significato del cornicello, e non serve ripeterlo qui. Basta tenere a mente una cosa, utile a chi regala: se in casa avete un corno che non portate più, la tradizione napoletana suggerisce di passarlo a qualcun altro o di sotterrarlo, mai di buttarlo. È un amuleto che nasce per circolare.
Corallo, campanelli e cimaruta: i ciondoli dei bambini
Regalare corallo ai bambini piccoli contro il malocchio è un'usanza del Sud: un rametto o un piccolo corno rosso per il neonato, come augurio. Nell'area napoletana del Settecento si diffuse anche la cimaruta, un rametto d'argento che riprendeva i rametti di ruta messi ai bambini contro i vermi e il malocchio. Come il cornetto, anche il corallo del neonato era un regalo, e nel Sud c'è chi lo regala ancora. Chi oggi vuole seguire l'usanza lo consegna ai genitori, che lo conservano: addosso al neonato non si mette, per le ragioni spiegate nel capitolo sui neonati.
La stessa logica ha prodotto tra Settecento e Ottocento un oggetto che sembra un gioiello ed era un giocattolo: il sonaglio d'argento con fischietto, campanelli e un rametto di corallo all'estremità. Serviva da massaggiagengive, da passatempo e da amuleto insieme. Si regalava ai battesimi e poi passava di generazione in generazione come cimelio di famiglia. Al corallo si attribuiva fin dall'antichità il potere di proteggere i bambini, e il sonaglio metteva insieme il gioco e la difesa. Oggi quei sonagli si guardano in vetrina: un oggetto con parti piccole che si possono staccare non è cosa da culla, e i motivi stanno più avanti, nel capitolo sui neonati.
Il quattrino della comare
A Perugia, nel Museo Archeologico Nazionale dell'Umbria, è conservata la raccolta di amuleti messa insieme da Giuseppe Bellucci, naturalista e rettore dell'ateneo perugino vissuto tra il 1844 e il 1921. Tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi del Novecento mise insieme migliaia di oggetti protettivi, e quella raccolta è oggi considerata la più importante d'Italia nel suo genere. Tra i pezzi ce n'è uno che riassume questo articolo meglio di qualsiasi spiegazione: il quattrino della comare.
Era una moneta bucata, e la regalava la madrina di battesimo. Doveva proteggere il neonato dal rigurgito. La moneta in sé valeva pochissimo; il valore stava nel fatto che arrivasse da quella persona, la comare. Nella stessa collezione ci sono chiavi e monete dette dello Spirito Santo, contro le convulsioni dei bambini: oggetti piccoli e poveri, lontanissimi dall'idea di gioiello. Il nome stesso lo dice: era il quattrino della comare, non dei genitori.
La catenina del battesimo
La catenina d'oro sottile con un ciondolo sacro è il regalo che al battesimo non manca mai. Di solito sono il padrino e la madrina a metterla al collo del neonato, come vuole la consuetudine; oggi però i pediatri sconsigliano qualsiasi gioiello al collo di un neonato, quindi il nostro consiglio è di consegnarla ai genitori perché la conservino. Molti custodiscono ancora la medaglietta dei bisnonni, a ricordare da dove viene la famiglia. Accanto all'oro, la nascita e il battesimo hanno da secoli anche i loro regali d'argento: cucchiaini, tazze, piccoli oggetti da conservare, un'usanza che risale al Medioevo.
L'usanza è questa, e la raccontiamo com'è; su un punto, però, il nostro consiglio segue la pediatria e non la consuetudine. La catenina si conserva nel cofanetto e si mette quando il bambino è abbastanza grande da portarla, per le ragioni spiegate nel capitolo dedicato ai neonati. Il regalo dei padrini non perde nulla: cambia solo il giorno in cui la medaglietta comincia a essere portata, e quel giorno, anni dopo, si può festeggiare a sua volta.
La camicina della fortuna, regalata prima della nascita
Tra i doni protettivi italiani ce n'è uno che non è un gioiello e merita un posto qui proprio per questo. La camicina della fortuna è una piccola camicia di lana o, meglio ancora, di cotone, destinata a essere il primo indumento del neonato. La tradizione vuole che la regali una persona molto vicina alla famiglia, spesso il padrino o la madrina, oppure i nonni, gli zii, i testimoni di nozze, un amico stretto. Arriva ai futuri genitori nel terzo trimestre di gravidanza, prima del parto, e chi la riceve avvisa il personale dell'ospedale perché sia il primo indumento indossato dal bambino appena nato.
Poi non si butta. Si conserva come ricordo, e a volte si tramanda alla generazione successiva. È il regalo portafortuna nella sua forma più pura: un oggetto senza alcun potere dichiarato, che vale per il fatto di essere stato scelto da qualcun altro per accogliere il bambino. Chi oggi vuole regalare un ciondolo a una nascita ne può prendere una cosa sola: anche il ciondolo arriva da una persona vicina alla famiglia. Per il resto la differenza è netta, perché la camicina si indossa, mentre il ciondolo va ai genitori e si conserva finché il bambino non avrà l'età per portarlo.
Le parole contro il malocchio, imparate la notte di Natale
Non tutti gli amuleti italiani sono oggetti. In Sicilia la difesa dal malocchio era anche un rito di gesti e preghiere tramandati a voce, in segreto, che secondo la tradizione si potevano imparare soltanto la notte di Natale. A Bologna una studiosa di magia popolare, che una formula l'ha ricevuta dalla nonna, racconta che anche i giorni in cui si trasmettono le segnature, gli scongiuri della medicina popolare, variano: la Vigilia di Natale dopo il tramonto, Pasqua oppure San Giovanni, e che le parole cambiano da un paese all'altro. La regola di fondo resta: la formula non si trova da soli, la si riceve da qualcuno che la conosce, in un momento preciso.
È un regalo protettivo che non ha nemmeno un oggetto da consegnare. Raccontarlo serve a capire una cosa che vale anche per i ciondoli: nella tradizione popolare italiana la protezione passava per i rapporti tra le persone. Chi «toglieva» il malocchio era una persona conosciuta, del paese o della famiglia, e l'aiuto passava per le sue mani, non per il banco di un negozio.
Capodanno: l'intimo rosso che deve essere regalato
L'ultimo caso è il più quotidiano, e molti non lo considerano nemmeno un amuleto. La notte del 31 dicembre in Italia si indossa biancheria rossa per propiziare l'anno nuovo, e una regola molto ripetuta dice che non deve essere comprata da sé: bisogna averla ricevuta in regalo. Le varianti si moltiplicano da famiglia a famiglia: c'è chi la mette al rovescio e la gira dopo mezzanotte, e c'è chi pensa che, passata quella notte, andrebbe gettata.
Accanto al rosso vive un altro dono di San Silvestro: il portamonete con dentro qualche lenticchia, da regalare agli amici come augurio di soldi e di affari. Sono usanze leggere, da prendere con un sorriso. In entrambe il portafortuna di fine anno è un dono, non un acquisto per sé. Chi regala a dicembre un piccolo ciondolo portafortuna si muove dentro questa stessa abitudine, e due righe di biglietto bastano a farlo capire.
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Un occhio grande regalato a chi vive in dolcevita? Lo vedrete addosso una volta sola, il giorno della consegna. L'amuleto si sceglie sullo scollo di chi lo riceve, non sulla vetrina di chi lo compra.
Il consiglio dello stylist: il ciondolo giusto per il collo giusto
Un amuleto regalato non fallisce per il simbolo. Fallisce per la forma: troppo grande, del metallo che quella persona non usa, su una catena che non sta bene con nessuno dei suoi scolli. Un pezzo così si indossa una volta davanti a chi l'ha regalato e poi sparisce in fondo a un cassetto.
Da dove comincia quando sceglie un amuleto da regalare?
Da quello che la persona porta già. Guardo il collo e i polsi: che tono di metallo, che lunghezza di catena, se c'è qualcosa che non toglie mai. A chi porta una catenina dorata consiglio un ciondolo in tono caldo da appendere lì. A chi porta solo argento un amuleto dorato resta nella scatola, qualunque significato abbia. Il pezzo che entra in ciò che uno già usa dura anni. Quello che costringe a rifare tutto l'abbinamento dura un pomeriggio.
Che misura consiglia?
Scelgo la misura in base allo scollo, mai a come rende sul vassoio. In vetrina il pezzo grande sembra più generoso. Indossato, decide lo scollo. Per chi vive in camicia abbottonata e dolcevita consiglio un ciondolo piccolo, come la hamsa del catalogo, 20 per 14 millimetri, che resta sotto il colletto e non chiede spiegazioni in riunione. Per chi porta scolli aperti raccomando un pezzo più grande e con la sua catena, perché sulla pelle scoperta un ciondolino minimo si perde. L'errore che vedo più spesso è l'occhio grande regalato a chi non mostra il collo da ottobre a maggio.
E se non conosce i suoi gusti?
Consiglio un ciondolo senza catena e un biglietto che dica «appendilo alla tua», sempre che sappiate che ne ha una in quel tono. È la persona a decidere dove va, sulla catenina, su un braccialetto o sul portachiavi, e il regalo diventa suo dal primo minuto. Quello che non raccomando è la parure con orecchini, ciondolo e braccialetto con lo stesso simbolo: impone un insieme, e un amuleto deve entrare nello stile dell'altro, non sostituirlo. Altre strategie sono nell'articolo su come regalare un gioiello senza conoscere i gusti.

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Amuleti che si ricevono in dono nel resto del mondo
Fin qui l'Italia. Regalare protezione però non è una stranezza italiana, e quello che da noi è abitudine di famiglia, altrove è una regola con un nome e una data. Queste quattro tradizioni vengono da mondi lontanissimi tra loro: una è cinese e vivissima, una si celebra ogni primo marzo nell'Europa sudorientale, una è scozzese, una è thailandese e passa per i monasteri buddisti. Tre di loro si somigliano in un punto preciso, ed è quello che interessa a chi deve fare un regalo: l'oggetto protettivo lo consegna qualcuno diverso da chi lo porterà, e in due casi comprarselo da soli è considerato la scelta peggiore. La quarta, quella thailandese, il dono non lo pretende, ma gli dà un valore tutto suo. Conoscerle serve a qualcosa di pratico. Se chi riceve ha radici in una di queste culture, il regalo ha già il suo giorno, la sua forma e la sua frase fatta, e non c'è niente da inventare. Se non le ha, ciascuna offre una storia da raccontare al momento della consegna, che è metà del regalo.
Cina: il rosso dell'anno del proprio segno lo regalano i familiari
Ogni dodici anni a ciascuno tocca il benmingnian, l'anno del proprio segno nello zodiaco cinese. La tradizione non lo considera un anno fortunato ma rischioso, e il rimedio è portare il rosso a contatto con il corpo: biancheria, cintura, calzini. La condizione è che quei capi rossi li regalino i familiari o gli amici. Quelli comprati da sé, secondo la credenza, valgono meno.
A un lettore italiano la regola suona familiare, e non c'è bisogno di inventare parentele tra le due usanze per notarlo: anche qui il rosso protettivo deve arrivare da qualcun altro. Quando a qualcuno della famiglia comincia il suo anno, genitori o amici gli comprano il rosso, e lui lo porta per dodici mesi. Il messaggio non ha bisogno di traduzione: è quello di qualsiasi madre che infila un santino nella valigia del figlio che parte.
Primo marzo: la martenitsa che nessuno si compra
In Bulgaria, Romania, Moldavia e Macedonia del Nord il primo marzo comincia con un regalo. In Bulgaria si chiama martenitsa, nella Macedonia del Nord martinka, in Romania e in Moldavia mărțișor: sono fili intrecciati bianchi e rossi che si legano al polso o si appuntano ai vestiti. Si portano fino a quando si vede il primo albero in fiore, una rondine o una cicogna, e allora si tolgono. Nel dicembre 2017 l'UNESCO ha iscritto questa pratica nella lista del patrimonio immateriale, su proposta congiunta dei quattro paesi.
La regola che interessa qui è netta: la tradizione bulgara vuole che la martenitsa si riceva sempre in dono e non si compri per sé. Si regala ai familiari, agli amici e alle persone a cui si vuole bene. Se in ufficio avete una collega bulgara o rumena, il primo marzo ve lo spiegherà lei stessa, con un filo in mano. Qui la regola del dono non è una sfumatura: è il cuore dell'usanza.
Scozia: il cuore coronato degli sposi e dei neonati
In Scozia l'amuleto è stato una spilla. Un cuore sotto una corona, oppure due cuori intrecciati, che si regalava come pegno d'amore e di fidanzamento. Portava incisi iniziali, date e brevi motti. In Scozia compare non prima del Seicento, e gli esemplari che si conservano vanno dal Settecento al Novecento.
La parte curiosa è un secondo uso. Spille di questo tipo si appuntavano anche ai vestiti dei neonati per tenerli lontani dalle disgrazie, e a volte le portava la madre durante l'allattamento, come protezione del latte. Il loro soprannome popolare era spilla della strega. Oggi una spilla non va appuntata ai vestiti di un lattante, e quei pezzi si guardano nelle vetrine dei musei.
Thailandia: l'amuleto che si prende «in affitto»
Nei monasteri thailandesi gli amuleti buddisti si fanno di gesso, metallo, legno, osso, a volte con dentro ceneri, capelli di monaci o reliquie, e i monaci li benedicono con preghiere che possono durare da una settimana a diversi anni. Chi ne vuole uno non dice di averlo comprato: dice di averlo preso in affitto, e la somma lasciata al tempio si chiama appunto prezzo d'affitto.
Qui il dono non è obbligatorio, ma ha un senso preciso. Regalare un amuleto è considerato un modo cortese di ringraziare per un'amicizia, e trasmette il merito religioso: chi non è riuscito ad andare al monastero lo riceve attraverso l'amuleto che un altro gli porta. È un'idea che un italiano capisce al volo: somiglia a quella del santino portato da un pellegrinaggio a chi è rimasto a casa.
Perché un amuleto regalato pesa di più
Tolto lo strato della credenza, resta un'osservazione molto terra terra, ed è un'opinione nostra più che una regola. Un amuleto che vi comprate è una vostra decisione, e una decisione si può rivedere: il giorno in cui cambiate idea, lo mettete via senza dover spiegare niente a nessuno. Un amuleto che vi hanno dato ha un testimone, e toglierlo può sembrare un po' come togliersi di dosso chi ve l'ha messo. Chi sfiora una medaglietta prima di uscire magari non sta pregando: sta controllando che sia ancora lì quello che gli ha dato qualcuno.
C'è poi una questione di momento. Gli amuleti regalati arrivano in date che una persona non dimentica: una nascita, un matrimonio, la vigilia di una partenza, l'inizio di un anno difficile. Il pezzo resta legato a quel giorno. Così, tra tutte le regole su regalato e comprato, quella che resiste meglio allo scetticismo è la più modesta: l'amuleto regalato ricorda che qualcuno ha pensato a voi nel momento giusto.
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Che amuleto regalare: idee per neonati, amiche, uomini, nonni e colleghi
La scelta comincia dalla persona e non dal simbolo: quanti anni ha, in cosa crede, che cosa porta già addosso ogni giorno. Lo stesso occhio blu che commuove un'amica in attesa sembra strano sulla scrivania di un capo.
A un neonato e ai suoi genitori
È l'occasione classica, e quella che chiede più attenzione. La tradizione appuntava il corallo alla copertina o metteva la catenina al collo del bambino nel giorno del battesimo; la pediatria oggi chiede un'altra cosa. L'Accademia Americana di Pediatria sconsiglia qualsiasi gioiello ai neonati e ai bambini piccoli, per un rischio doppio di strangolamento e di soffocamento, che cresce quando il bambino dorme, quando nessuno lo guarda o quando il pezzo si rompe e i grani finiscono in bocca. Nel dicembre 2018 l'agenzia statunitense FDA ha pubblicato un avviso ufficiale contro le collane e i braccialetti per la dentizione, dopo segnalazioni di soffocamento e la morte di un bambino di diciotto mesi strangolato nel sonno dalla sua collana d'ambra.
La soluzione rispetta entrambe le cose. L'amuleto del neonato non va addosso a lui, né al collo né al polso, e non va appeso alla culla, alla carrozzina o alla copertina: si consegna ai genitori e si conserva tra le sue prime cose, accanto alla camicina e alla medaglietta, finché non avrà l'età per portarlo da solo. Ha ancora più senso regalarlo alla madre o al padre: un ciondolo che uno dei due porta mentre il bambino è piccolo, e che gli passerà quando sarà grande, fa il suo lavoro senza mettere niente su un lattante. Quel passaggio, tra qualche anno, sarà un secondo regalo.
A un bambino per la Prima Comunione
La Prima Comunione è un altro momento in cui in Italia arrivano croci e medagliette, e qui chi riceve ha già un'opinione. A quell'età un bambino sa se la medaglietta gli piace, e la porterà oppure no a seconda di come gli sta e di cosa gli dicono in cortile. Per questo conviene un pezzo piccolo e robusto, che stia sotto la maglietta e sopravviva alla ricreazione.
Lo smalto sottile e il vetro si scheggiano con i colpi, e un regalo rotto a quell'età fa più male che da adulti. Meglio metallo liscio con l'incisione sul retro: la data, le iniziali, una parola. Se la famiglia non è praticante e al posto della Comunione c'è un'altra festa, o nessuna, lo stesso ruolo lo svolge un simbolo con una storia che il bambino possa raccontare ai compagni: un sole, una rosa dei venti, un occhio di Horus. Gli farà più piacere dire «è egizio» che «serve a non farmi succedere niente».
A un'amica, a una sorella, al partner
Con una donna adulta conta come porta i gioielli. Se ha una catenina che non toglie mai, regalatele un ciondolo per quella catenina: è più delicato che imporle una lunghezza e un metallo nuovi. In catalogo, il ciondolo mano di hamsa con cuore rosso misura 20 per 14 millimetri, ha il palmo in smalto bianco, il contorno dorato e al centro un cuore rosso, con un forellino in alto da cui pende a dita in giù. Si vende senza catena: va bene se lei ne ha già una dorata.
Se al collo non porta niente e le piacciono i gioielli colorati, funziona meglio un pezzo completo. La collana Nazaré ha la sua catena, dorata e a maglia grossa, e un ciondolo rettangolare con raggi dorati in alto e la metà inferiore in smalto fucsia, strass colorati e un occhio bianco con la pupilla turchese. È un pezzo che si nota: va regalato a chi porta già gioielli visibili e a chi il fucsia piace davvero. Per un'amica dai gusti sobri il ciondolo piccolo resta la scelta sicura. Tra partner, l'amuleto accetta una data incisa o un biglietto scritto a mano, e così smette di essere un simbolo generico.
A un uomo
A un uomo che porta già qualcosa al collo, un cordino di cuoio o una catena, si può regalare un ciondolo con una certa presenza. Il ciondolo etnico a forma di corno è lungo poco meno di quattro centimetri e mezzo, dorato da cima a fondo, con la superficie martellata a onde e una piccola pietra marrone incastonata vicino all'anello. Non è il cornetto rosso napoletano e non pretende di esserlo: è un corno d'ispirazione etnica, un gioiello che luccica. Si vende senza cordino né catena, quindi è adatto proprio a quell'uomo, quello che ha già dove appenderlo.
A chi non porta gioielli e non si dichiara superstizioso, l'amuleto deve sembrare un oggetto prima che un talismano, e non stare addosso. Può vivere in macchina, sul portachiavi, nel cassetto della scrivania. La medaglia di San Cristoforo sul cruscotto è un esempio classico, e ha la sua guida dedicata. Altre idee per tipo di pezzo sono nella guida ai gioielli da regalare a un uomo.
Ai genitori o ai nonni
A una persona anziana l'amuleto si regala guardando due cose: la sua devozione e le sue mani. Se è credente, la scelta naturale è la devozione che tiene già sul comodino: la sua Madonna, il suo santo, il patrono del paese. Se non lo è, funzionano i simboli di famiglia, come un albero della vita o una medaglia liscia con i nomi dei nipoti incisi sul retro.
La seconda cosa pesa più della prima. Una chiusura minuscola non si apre con dita che non obbediscono più, e il pezzo finisce nel portagioie. Un cordino lungo che passa dalla testa o un moschettone grande risolvono il problema. Anche lo spessore conta: una medaglia troppo sottile si piega, una troppo pesante tira il collo. Per altre idee sui regali alla mamma c'è l'articolo sui gioielli da regalare alla mamma.
A un collega
In ufficio l'amuleto contro l'invidia è terreno scivoloso: regalare un occhio a un collega significa insinuare che qualcuno del gruppo gli vuole male, e quella lettura non si controlla. La regola del regalo di lavoro è che il pezzo non dica niente sulle credenze di nessuno. Vanno bene i simboli di direzione e di fortuna: una rosa dei venti per un trasferimento, un sole per un progetto che parte.
Il cornetto è un caso a parte. Tra colleghi che si conoscono da anni e ne ridono insieme può essere un augurio affettuoso. Con una persona arrivata da poco, o che non viene da quella tradizione, conviene la prudenza: resta pur sempre un simbolo contro il malocchio. Il caso completo, con il Babbo Natale segreto incluso, è nella guida al regalo per un collega.
A uno scettico
Chi non crede agli amuleti ne accetta uno senza resistenze se gli arriva come storia e non come rimedio. Allo scettico interessa da dove viene la forma e chi l'ha portata prima di lui. Il racconto della bulla appesa dal padre al nono giorno, o della moneta che la madrina regalava al figlioccio, trasforma il pezzo in un oggetto con una biografia, e una biografia si porta volentieri anche senza crederci.
Nel biglietto, sostituite «amuleto» con «simbolo», e il regalo smette di sembrare un tentativo di conversione. Una frase come «i Romani la portavano così» funziona meglio di qualsiasi promessa. E se lo scettico è anche un appassionato di storia, la rosa dei venti o il sole hanno il vantaggio di non chiedere fede a nessuno: sono segni che si leggono come decorazione, e solo chi vuole ci vede altro.
Amuleti portafortuna da regalare per ogni occasione
L'occasione affina la scelta più del destinatario. La stessa persona ha bisogno di cose diverse quando trasloca, quando ha un esame e quando esce da un anno brutto.
Per una casa nuova
La casa si protegge a parte rispetto alla persona, e l'amuleto di un trasloco più che portato si appende. Il ferro di cavallo vicino alla porta è il classico, e sul verso in cui appenderlo le tradizioni non sono d'accordo; la sua storia è nell'articolo sul ferro di cavallo e il quadrifoglio. Un corno appeso all'ingresso o un occhio di vetro accanto allo stipite svolgono lo stesso ruolo.
Se preferite regalare qualcosa da indossare, la mano aperta è un simbolo che parla di casa e di famiglia. E un consiglio pratico: aspettate che ci sia un muro libero. Un amuleto consegnato il giorno del trasloco, tra gli scatoloni, ha tutte le probabilità di perdersi prima di essere appeso. Meglio la prima cena nella casa sistemata.
Per un viaggio o un trasferimento all'estero
Il viaggio ha il suo patrono, e la sua medaglia è un regalo con un destinatario chiaro: San Cristoforo si dà a chi passa molte ore in strada o parte per lontano. Per chi regala è un modo di salutare qualcuno con qualcosa di più di un «stai attento».
Per chi va a vivere all'estero e non è credente, la rosa dei venti dorata dice «trova la tua rotta» senza appoggiarsi a nessuna religione. È una medaglia tonda e dorata di 34 per 38 millimetri, con una stella in rilievo al centro e le sigle dei punti cardinali sul bordo. Si vende senza catena, quindi va bene se la persona ne ha già una dello stesso tono. Datela qualche giorno prima della partenza e non in aeroporto, così c'è il tempo di metterla e di abituarsi. Altri spunti sono nella guida al regalo per un viaggiatore.
Per un esame, la maturità o un lavoro nuovo
Qui l'amuleto si regala come segno di fortuna e non di difesa. Conta che non dia fastidio in aula o nella sala del colloquio: qualcosa che stia nell'astuccio o nel taschino della giacca, oppure che resti a casa sulla scrivania dove si studia.
A chi prepara la maturità o un concorso, e passa mesi sugli stessi libri, serve più un oggetto da guardare mentre studia che uno da mettere solo il giorno della prova. Il ciondolo sole del catalogo è un disco dorato con scanalature a raggiera disposte in cerchi concentrici e al centro un piccolo cristallo rosso. Ha la forma di una medaglia, non di un ciondolino minimo, e la scheda non riporta le misure: mettete in conto che si veda. Si vende senza catena. Nel biglietto siate concreti: «che sia l'ultimo esame difficile» si ricorda più di «in bocca al lupo». Per la laurea e la maturità ci sono altre idee nella guida ai gioielli da regalare per la laurea.
Per un matrimonio
Gli amuleti nuziali hanno due possibili destinatari: la sposa o la coppia. Nel Sud il cornetto è un regalo tradizionale agli sposi, augurio di prosperità e di figli, e la guida al cornicello racconta le sue varianti. La mano di Fatima ha una lunga storia come dono alla sposa nella tradizione sefardita, e anche questo caso è raccontato nella guida alla hamsa.
Se volete regalare qualcosa da indossare, due pezzi uguali, uno per ciascuno, funzionano meglio di uno solo: nessuno dei due si sente l'«incaricato» della protezione. Se uno degli sposi è superstizioso e il simbolo ha la punta, la monetina di cui si parla più avanti scioglie il dubbio prima che qualcuno lo sollevi. E se gli sposi vengono da tradizioni diverse, il simbolo più adatto è quello che nessuno dei due deve farsi spiegare.
Dopo una malattia o un anno difficile
È un'occasione in cui un amuleto può essere accolto bene: spesso la persona cerca un appiglio. Vanno bene i simboli di luce e di inizio, come il sole, e va peggio l'occhio, che parla di una minaccia esterna proprio quando chi lo riceve ha bisogno di un segno di forza propria.
Evitate tutto ciò che ricorda il brutto periodo. Niente allusioni alla salute, niente «così non ti ricapita». Il regalo deve guardare avanti: un simbolo di viaggio se sta organizzando una partenza per festeggiare, uno di casa se finalmente torna nella sua. E consegnatelo a voce, non per posta: in questa occasione la presenza conta più dell'oggetto.
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Quando un amuleto non è il regalo giusto
Le riserve esistono e conviene prenderle sul serio anche se non si crede a niente, perché il regalo lo riceve un'altra persona e conta quello che pensa lei. Sono quattro situazioni, e nessuna vieta il gesto: ognuna chiede di cambiare simbolo, pezzo o modo di consegnarlo.
A chi ha un'altra fede, o nessuna
Un amuleto porta sempre un simbolo, e molti simboli hanno una direzione religiosa. La croce, la medaglietta della Madonna, la mano di Fatima, la stella di David, la medaglia di San Benedetto sono trasparenti per chi è cresciuto con loro e possono mettere a disagio chi viene da un'altra tradizione. La guida alla hamsa ricorda che alcune correnti dell'islam e dell'ebraismo non approvano gli amuleti, quindi neppure il simbolo «di casa» è sicuro con una persona molto osservante. La regola è chiedere prima, di passaggio, senza annunciare il regalo.
Quando non si può chiedere restano i simboli che non appartengono a nessuna confessione: il sole, la rosa dei venti, il ferro di cavallo. L'occhio turco sta a metà strada. Lo portano persone di religioni diverse in tutto il Mediterraneo, però parla di invidia e di malocchio, e a una persona molto razionale può suonare come superstizione. Per quel profilo funziona meglio un simbolo di direzione o di luce che uno di difesa.
Oggetti benedetti e medaglie di devozione
Una parte degli amuleti passa per un rito prima di arrivare al proprietario. Lo scapolare del Carmine, per esempio, si riceve con un'imposizione in chiesa, e la medaglia che lo sostituisce presuppone quel passaggio; la storia è nella guida allo scapolare del Carmine. Oggetti così portano, oltre al simbolo, l'appartenenza a una comunità, e ha senso regalarli a chi in quella comunità si riconosce.
A un non credente una medaglia benedetta crea un problema che prima non aveva: non vuole portarla e non osa nemmeno metterla in un posto qualunque. Succede anche l'errore opposto. A un credente si regala un amuleto che la sua tradizione guarda con sospetto, e la persona resta stretta tra la cortesia e la coscienza. La via d'uscita è la stessa nei due casi: scegliere il pezzo in base alla fede di chi riceve, non a quella di chi compra. Se il dubbio resta, un simbolo laico dice la stessa cosa senza mettere nessuno in imbarazzo.
L'amuleto usato, ereditato o d'antiquariato
Sui gioielli che hanno già avuto un proprietario pesa una credenza nota: che conservino qualcosa di chi li ha portati. L'articolo sulle superstizioni dei regali, citato sopra, racconta come la si scioglie. Per un amuleto la questione è più semplice di quanto sembri e si riduce a una domanda: la storia del pezzo si può raccontare?
La medaglietta della bisnonna si può raccontare: chi l'ha portata, a quale battesimo è comparsa per la prima volta, perché adesso passa a questa nipote. Un oggetto così guadagna a ogni passaggio. Un amuleto comprato a un mercatino dell'usato non si può raccontare, e a una persona apprensiva la domanda «di chi era?» rovina il regalo. Resta il caso dell'amuleto proprio, quello che portate voi. Non c'è nessun problema a darlo a un figlio ormai grande o a una figlioccia adulta con la sua spiegazione, e con il corno napoletano la tradizione lo prevede espressamente. Ditelo con nomi e date: chi ve l'aveva dato, quanto l'avete portato, perché adesso passa a quella persona. Pulitelo e cambiate il cordino se è consumato. Quello che conviene evitare è darlo in silenzio, come se fosse nuovo, a chi crede che gli oggetti conservino memoria. Per tutto il resto un pezzo nuovo evita la domanda alla radice.
Amuleti con la punta: la monetina
Tra le superstizioni sui regali quella delle lame è la più conosciuta in Italia: coltelli, forbici e spilli «tagliano» il rapporto, e la tradizione li disinnesca con una monetina che chi riceve dà in cambio. Il meccanismo, e il motivo per cui un coltellino regalato può essere un segno di fiducia, sono spiegati nell'articolo su cosa significa regalare un coltello.
Alcuni amuleti hanno una punta: la freccia, la miniatura di un coltello. Sono simboli e non attrezzi, ma la forma c'è, e a decidere è la credenza di chi riceve. Se è il tipo che tocca ferro, mettete una monetina nella scatola insieme al biglietto, con due righe che dicano «questa me la restituisci». Se non lo è, non è obbligatoria, ma può comunque far piacere: trasforma la consegna in un piccolo gioco tra due persone, e anche chi non crede agli scongiuri di solito ride e la monetina ve la restituisce lo stesso. In ogni caso, di regola un amuleto senza punta non chiede monete: è un augurio, e gli auguri non si riscattano.
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Come regalare un amuleto: parole, biglietto, momento, confezione
Con un amuleto la consegna pesa più che con altri regali, ed è una questione pratica: chi lo riceve non sempre sa se avete pensato a un ornamento o a un augurio, e una frase o un biglietto lo aiutano a capire il vostro gesto.
Cosa dire quando lo si regala
Una frase breve e concreta: «perché la strada sia facile», «perché ti accompagni dove non arrivo io», «per l'esame di giovedì». Il discorso lungo su invidie ed energie negative spaventa chi fino a quel momento non pensava a nessuna minaccia, e sposta il regalo dalla parte della paura.
Aiuta dare un nome al simbolo e alla sua origine. «È una mano fico, i Romani la portavano già» interessa più di «è contro il malocchio», e dà all'altro qualcosa da raccontare quando gli chiederanno del ciondolo. Chi riceve un occhio di Allah di solito vuole sapere che cosa significa riceverlo. Il senso comune è un augurio di protezione, e la vostra frase dice quale augurio avete in mente.
Il biglietto che lo accompagna
Se non potete consegnarlo di persona, il biglietto fa da voce. Se potete, fa da memoria: tra un anno nessuno ricorderà la frase esatta, e il biglietto sarà ancora nella scatola. Bastano tre cose: che simbolo è, da dove viene e cosa augurate con lui.
Scrivetelo a mano. Se il pezzo è inciso, spiegate nel biglietto perché quella data o quelle iniziali. E se l'amuleto ha la punta e la persona è di quelle che ci credono, mettete la monetina nella scatola insieme al biglietto, come si è detto più sopra: chi riceve ve la restituirà, e il piccolo rito sarà compiuto senza che nessuno debba ricordarselo.
Quando darlo: prima o dopo
L'amuleto per un viaggio si dà prima di partire, quello per un esame quando comincia la preparazione, quello per un matrimonio alle nozze. La logica è semplice: la compagnia serve mentre dura la prova, non quando è già passata. Con una nascita la tradizione italiana conosce due tempi: la camicina arriva prima del parto, la medaglietta al battesimo. Per un ciondolo destinato ai genitori, il momento naturale è la prima visita a casa dopo la nascita.
Per un compleanno o un onomastico non esiste una regola speciale: il giorno stesso è il migliore. E se arrivate in ritardo, poco male. Un amuleto consegnato con una settimana di ritardo non perde niente, mentre uno consegnato di corsa e senza una parola perde moltissimo.
La confezione
A un amuleto sta bene una confezione semplice: un sacchetto di stoffa, una scatolina, una busta. Un astuccio vistoso trasforma il simbolo in un regalo costoso, e allora la conversazione gira intorno a quanto è costato e non a cosa significa.
La scatola deve essere della sua misura. Un ciondolo libero in una scatola grande arriva graffiato. Se il regalo viaggia con un corriere, avvisate la persona con un messaggio o una telefonata in cui dite quello che le avreste detto a voce, e chiedetele di aprire il pacchetto con il vostro biglietto davanti.
Avete ricevuto un amuleto in regalo? Cosa farne
Anche chi riceve ha i suoi dubbi: cosa fare se non piace, se si rompe, se non si ha voglia di portarlo sempre. Su questo le tradizioni sono più flessibili di quanto si pensi.
Se non vi piace o non è nel vostro stile
Un amuleto regalato non obbliga a portarlo al collo. L'occhio di vetro si appende all'ingresso, la medaglia si fissa in macchina, il ciondolo piccolo passa sul portachiavi. Molti amuleti sono nati per stare in un luogo e non su un corpo, e un cornetto accanto alla porta di casa è tradizione quanto un cornetto al collo.
Se proprio non trovate dove metterlo, conservatelo in un posto tranquillo della casa. E se è un corno, la tradizione napoletana permette di passarlo a qualcuno a cui serve, come si è visto sopra. A chi regala resta la lezione opposta: se dubitate dei gusti dell'altro, scegliete un pezzo che si possa anche appendere a un muro o a un mazzo di chiavi.
Se si rompe o si perde
Un amuleto rotto spaventa più di un altro regalo rotto, e la tradizione lo legge esattamente al contrario. Per l'occhio di vetro, per il filo rosso e per il cornetto la lettura coincide: il pezzo che si rompe ha finito il suo lavoro, e quello che resta da fare è sostituirlo. Le guide ai singoli simboli danno i dettagli. Per chi l'ha ricevuto in regalo conta un'altra cosa: nessuna di queste usanze dà la colpa a chi l'ha regalato o vede nella rottura un cattivo augurio.
Per l'amuleto perso, le tradizioni raccontate qui non danno una regola. Potete comprarne un altro o dirlo a chi ve l'aveva dato, che con ogni probabilità vorrà ricomprarlo. Una perdita confessata in tempo è l'occasione per un secondo regalo, mentre tacerla per mesi per imbarazzo è molto peggio di qualsiasi presagio.
Si può togliere un amuleto regalato?
Dipende da quale. Lo scapolare si porta senza toglierlo, il rosso cinese si tiene addosso per tutto l'anno e il filo rosso si lascia finché non si consuma da solo, come racconta la guida al filo rosso. Per un occhio, una mano o un sole nessuno chiede tanto.
Con quei pezzi la regola è quella di qualsiasi gioiello: via per dormire, per la palestra, per la piscina e per i lavori manuali. L'argento si scurisce con il tempo e si pulisce senza fatica. Quando lo togliete, mettetelo sempre nello stesso posto. Così non si perde, e così non passa da simbolo a oggetto dimenticato in fondo a una borsa.
Come congedarsi da un vecchio amuleto
Ogni amuleto ha una fine, e le tradizioni la prevedono con una certa cerimonia. Il ragazzo romano affidava la sua bulla agli dèi della casa. L'amuleto giapponese di stoffa, l'omamori, si considera compiuto dopo circa un anno e si riporta al santuario, dove viene bruciato in un rito, e le forme di questi talismani sono raccontate nella guida ai talismani giapponesi.
Nella pratica di casa conviene distinguere tra un amuleto intero che non portate più e uno rotto. Quello intero si può conservare come ricordo, se l'ha regalato qualcuno che conta, oppure passare a qualcuno a cui serve, come la tradizione napoletana prevede per il corno; per una medaglia o una croce benedette si può chiedere in parrocchia cosa farne. Quello rotto segue le regole del suo simbolo: per il corno la guida al cornicello dice di ringraziarlo e sostituirlo, e per l'occhio di vetro la guida al nazar dice che i frammenti non si conservano, ma si buttano o si seppelliscono. In ogni caso, a un oggetto che qualcuno vi ha dato con un augurio conviene riservare un'uscita pensata, non un gesto distratto.
Amuleti da regalare
Occhio, mano, corno, sole, rosa dei venti: le schede del catalogo raccontano il simbolo di ogni pezzo. Scegliete il segno in base alla persona e all'occasione, e il biglietto scrivetelo voi.
Fatti che sorprendono
- La spilla scozzese del cuore coronato si chiama luckenbooth dalle Luckenbooths, le botteghe che sorgevano sul Royal Mile di Edimburgo. Le botteghe furono demolite nel 1817, e il nome della spilla è sopravvissuto loro per due secoli.
- Nella collezione Bellucci di Perugia ci sono campanelli che si appendevano al collo dei bambini, e il loro tintinnio doveva servire a tutt'altro: tenere lontana la grandine dopo i temporali.
- Il filo di primavera rumeno, il mărțișor, si portava per tempi molto diversi a seconda della zona: due o tre giorni intorno a Iași, fino a due o tre mesi nella zona di Vâlcea. Poi si appendeva a un ramo come regalo per gli uccelli, si lasciava sotto un sasso o si gettava in acqua.
- Tra i sonagli con corallo del Metropolitan Museum ce n'è uno d'oro, datato tra il 1755 e il 1768, opera dell'argentiere newyorkese Nicholas Roosevelt.
- Gli amuleti ebraici per il parto portavano scritti i nomi di tre angeli: Senoy, Sansenoy e Semangelof. Secondo la leggenda, questi angeli raggiunsero Lilith, e lei giurò di non fare del male al bambino là dove avesse visto i loro nomi.
- L'ojo de venado messicano, regalo tradizionale ai neonati contro il malocchio, non è un occhio e non viene da un cervo: è il seme di una pianta rampicante tropicale, la mucuna.
- Nella festa indiana di Raksha Bandhan, nella luna piena del mese di shravana, è la sorella a legare un filo protettivo al polso destro del fratello. Lui risponde con un regalo e con la promessa di proteggerla, e il nome della festa significa «legame di protezione».
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Domande frequenti
Porta sfortuna regalare un amuleto? Non c'è una tradizione che lo dica. Nella lista italiana dei regali che portano male ci sono coltelli, fazzoletti, perle e scarpe, non gli amuleti. Le cautele sono quattro, quelle raccontate nel capitolo su quando un amuleto non è il regalo giusto: una fede diversa, gli oggetti benedetti, i pezzi usati e gli amuleti con la punta. A parte serve un po' di tatto: non accompagnare il regalo con frasi sull'invidia altrui, perché allora a disturbare è il commento e non l'oggetto.
Il cornetto va regalato o si può comprare da soli? Si può comprare. La tradizione napoletana considera più forte quello ricevuto in dono, ma la regola è un ideale, non un divieto, e milioni di italiani il proprio cornetto se lo sono comprato da sé. Se poi qualcuno ve ne regala un altro, potete tenerli entrambi.
Cosa significa ricevere in regalo un occhio di Allah? Che chi ve lo dà vi vuole bene e vi augura protezione: è la lettura più comune del gesto, e le parole o il biglietto di chi lo regala dicono quale augurio intende. Non vi impegna a credere a niente né a portarlo ogni giorno. In Turchia lo chiamano nazar boncuğu, la perla contro il malocchio.
Come si attivano i portafortuna? Nella tradizione napoletana il corno non si «carica» affatto: conta la forma, e l'unica regola che tutti conoscono è che si regala. Chi ve lo dà, insomma, ha già fatto la sua parte scegliendolo per voi. Riti di attivazione che promettono effetti precisi non fanno parte di questa tradizione, e un amuleto regalato si può mettere così com'è, appena aperta la scatola.
Cosa significa regalare la mano di Fatima? Chi la regala vi dimostra affetto e vi augura protezione e buona sorte: è il senso con cui il gesto viene letto di solito. Non vi impegna a credere a niente né a portarla ogni giorno. Se il simbolo vi mette a disagio per la vostra fede, ditelo con naturalezza: chi regala una mano aperta vuole prendersi cura di voi, non mettervi in difficoltà.
Cosa regalare a un neonato come portafortuna? Un dono per i genitori o da conservare: un ciondolo per la mamma, una medaglietta incisa da custodire nel suo cofanetto, la camicina della fortuna se arrivate prima del parto. Il gioiello passerà al bambino quando sarà abbastanza grande da portarlo da solo.
Si può mettere un amuleto a un bambino piccolo? Addosso no: né al collo né al polso, e nemmeno appeso alla culla o alla carrozzina. I pediatri parlano di un rischio doppio, strangolamento e soffocamento se il pezzo si rompe e il bambino mette in bocca quello che si stacca, e il rischio cresce quando dorme o nessuno lo guarda. L'amuleto di un neonato si conserva.
Cosa fare se l'amuleto regalato si rompe? Sostituirlo, senza drammi. Non incollatelo per continuare a portarlo: un pezzo di vetro o di corallo incrinato può finire di spezzarsi addosso. A chi ve l'ha regalato potete dirlo senza imbarazzo, perché la tradizione lo legge come un lavoro compiuto, e con ogni probabilità vorrà essere lui a darvi il prossimo.
Conclusione
Regalare un amuleto non infrange nessuna regola. In Italia, anzi, è così che molti amuleti hanno circolato per secoli: la bulla che il padre appendeva al figlio, la moneta della comare, la catenina del padrino, la camicina regalata prima del parto, perfino il rosso di Capodanno. Le cautele sono quattro e sono di buon senso: guardare la fede di chi riceve, lasciare gli oggetti di devozione a chi è devoto, raccontare la storia di un pezzo usato, aggiungere una monetina se il simbolo ha la punta e la persona ci tiene.
Il resto si risolve con un po' di attenzione. Il simbolo si sceglie in base a ciò in cui l'altro crede, la misura in base a ciò che porta addosso, l'occasione in base a ciò che gli sta succedendo, e per un neonato il dono va ai genitori e si conserva. Se dopo questa lettura vi interessa il significato dei singoli segni, la guida completa agli amuleti di protezione li percorre uno per uno. Il miglior amuleto regalato è quello che l'altra persona si mette il giorno dopo senza che nessuno glielo chieda.
Lo regali? Ogni pezzo arriva pronto da donare.
Confezione Zevira e un bigliettino in ogni ordine.Chi è Zevira
Zevira raccoglie gioielli con un significato: simboli protettivi del Mediterraneo, segni di buona fortuna, medaglie e amuleti con una storia. Le schede del catalogo raccontano il simbolo di ogni pezzo, perché il regalo si possa scegliere pensando a una persona precisa e il biglietto si possa scrivere sapendo che cosa si consegna.







































